Uno degli antesignani della poesia satirica, quella giocosa, burlesca – che trovò poi nel Berni, nativo di Lamporecchio, il suo principale rappresentante italiano – con come temi i fatti più banali e buffi del quotidiano, trattati con finta serietà, fu nientemeno che un pistoiese: Antonio Cammelli, detto il Pistoia.
Nacque nella nostra città nel 1440 da una famiglia originaria di Vinci, che, pur poverissima, decise di farlo studiare, accortasi della sua intelligenza. Lui, però, ben presto abbandonò grammatiche e codici per dedicarsi a quella che fin da molto giovane fu la sua passione: la poesia. Si sposò ed ebbe molti figli, che però non riusciva a mantenere scrivendo versi. Per questo decise di trasferirsi con moglie e prole a Roma, sperando di venir stipendiato per far poesia e di vivere presso qualche signore: ma non ebbe fortuna e dopo un po’ dovette partire dalla capitale in cerca di meglio. Optò per Ferrara e la corte degli Estensi e qui trovò quello che cercava. Il Duca Ercole I d’Este, grande mecenate, apprezzò molto le sue liriche e lo tenne presso di sé, non solo dandogli una consistente paga, ma perfino prendendo a cuore il futuro dei suoi figli, tutti ingegnosi come il padre, che sistemò nel modo migliore. È qui che Antonio Cammelli cominciò ad essere chiamato il Pistoia, venendo così identificato con il nome della sua città d’origine.
Scrisse, tra gli altri, sonetti dedicati a Isabella d’Este e a Ludovico il Moro e perfino una tragedia ispirata al Decamerone (quest’ultima con minor risultato). Stabilitosi definitivamente nella città degli Estensi, vi rimase sino alla morte, di cui non si conosce la data certa, sapendo solo che avvenne tra il 1504 e il 1516. È vero che a Pistoia il Cammelli non visse molto, ma portò alto in Italia il nome della nostra città – che è poi divenuto il suo! – anticipando il genere poetico bernesco: fu unanimemente apprezzato dai suoi contemporanei, tra cui perfino l’Ariosto, per l’acutezza e la carica ironica dei suoi versi, e lo è ancora oggi.
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