Un omone placido dal barbone bianco: questo è il mio ricordo di lui. Quando vidi lo scultore Jorio Vivarelli per la prima volta ero molto piccola. Sì, perché babbo e mamma l’avevano entrambi conosciuto alla “Petrocchi”, dove ai tempi mio padre insegnava matematica e mia madre frequentava le superiori.
Dopo che i miei si furono sposati, e mia madre per un anno insegnò nell’istituto dove aveva studiato, il legame d’amicizia con lui rimase. Come con altri professori di quella scuola d’arte, che erano anche pittori ed artisti, tra cui Gordigiani e Bovi: quest’ultimo Jorio lo ospitò per un periodo perché malato di cuore e io lo ricordo, come fosse ora, quando suonava la chitarra nel nostro salotto e raccontava della sua dieta macrobiotica. Con gli anni si videro meno, ma l’affetto e la stima che mio padre, che l’aveva avuto come collega, e mia madre, che ne era stata alunna, avevano per lui, rimasero intatti. Tanto che spesso lo rammentavano e lo rammentano come una persona buona, estremamente generosa e di compagnia. Il babbo e la mamma andarono pure a trovarlo nella sua casa ad Arcigliano, quella Villa Storonov oggi sede della Fondazione a lui dedicata.
Vivarelli, nato nel ’22 a Fognano di Montale, ebbe un percorso di formazione e una carriera artistica di respiro internazionale, partita dalla Scuola Artigiana di Pistoia per passare per l’Istituto D’arte di Porta Romana a Firenze e la Fonderia Michelucci a Pistoia, dove lavorò e conobbe il grande architetto Giovanni Michelucci, con cui iniziò una proficua collaborazione. L’incontro con l’architetto russo-americano Oskar Storonov lo portò a fare esperienza in America; una volta rientrato, sviluppò contatti con Le Corbusier ed entrò nel Gruppo Intrarealista di cui faceva parte anche il regista Federico Fellini.
Poi però volle tornare a fare il docente nella sua Pistoia, appunto all’Istituto D’arte “P.Petrocchi”, per insegnare a tanti ragazzi a tirar fuori e sviluppare la loro creatività e i loro talenti. Molte le sue opere oggi collocate in Italia e nel mondo, ovviamente anche nella nostra provincia: le due celebri fontane del 1966 “Ragazze Toscane” a Philadelphia e “Adamo ed Eva” a Detroit e la scultura “Inno alla vita” a Nagasaki (1987); la scultura dedicata a Giacomo Matteotti a Roma (1974), le opere “Il sacrificio, una morte per la vita” a Fognano (1987) e “Parabola storica, ultima sfida” a Ponte Buggianese (1993), ma anche il “Crocifisso” della Chiesa della Vergine di Pistoia (1956) e quello per la Chiesa dell’Autostrada del Sole a Campi Bisenzio (1963).
Quell’uomo dal sorriso gentile che incontrai da bambina era un artista che tutto il mondo c’invidiava e c’invidia.
Fonte fotografia: Fondazione Vivarelli






